: l’altro giorno sono andata a piedi in palestra.
Nel tragitto, mi sono mangiata una banana.
Ecco, una donna non può portarsi alla bocca alimenti di forma fallica pubblicamente, senza conseguenze.
Non può mangiare una banana, non può mangiare un gelato nel cono, non può mangiare un lecca-lecca, ecc.
Cioè, non è che non possa.
Può, ma deve subire fischi, commenti, ecc.
Perché quei commenti arrivano, eh.
Che tu sia sexy come un lampione o giovane e arrapante come Nonna Papera, ci sarà sempre un cafone che ti omaggerà del suo “Apperò!”.
Il punto è: tutto questo mi urta così tanto? Tanto da prendere il gelato nella coppetta? Tanto da spezzettare una banana con le mani per non addentarla?
No.
Me ne fotto alla grande.
Il cafone vuole interpretare?
Vuole far finta che, nella sua mente, il mio cono sia il suo cono?
Che lo faccia. È la sua, di mente.
Vuole, andando oltre, estendere la sua immagine alla realtà con un fischio, un “apperò!”, palesando il suo pensiero?
Che lo faccia.
Questo non deve urtarmi, non deve urtarci.
Perché, se ci sentiamo urtate (ma anche urtati), ha vinto lui, hanno vinto loro.
Il mondo si divide in chi mangia il gelato nella coppetta e chi lo mangia nel cono.
Dobbiamo essere liberi di sentirci persone da gelato nella coppetta o gelato nel cono.
A casa o per strada.
È questo che sbaglia il femminismo estremista, il punto di vista.
Non è il carnefice a dover cambiare, il mondo non è perfetto. È la vittima.
Io, il gelato nella coppetta, con quel cucchiaino da becco di un passerotto, non l’ho mai sopportato.
Io, il gelato nella coppetta, non lo mangerò mai.
Passibile di doppio senso o meno.