mercoledì 9 ottobre 2019

Allegra allergia






: la parola “alleGria”, se fai fare un saltello alla lettera più scavezzacollo dell’alfabeto, si trasforma facilmente nella parola “allerGia”.
Perché, effettivamente, basta un niente perché tu, da mangiare allegramente il cazzo che vuoi, da toccare allegramente il cazzo che vuoi (ops, uscita maluccio!), venga investita da un’improvvisa tristezza.
Tristezza, eh, non disperazione: i problemi sono altri, le disgrazie sono altre.
Ma è un bel fastidio.
È una bella rottura di coglioni.
Questo, almeno, possiamo dirlo?
Nichel, sei un bel rompicoglioni.
Perché sei ovunque, non per altro.
Per esempio, io sono allergica anche al paracetamolo.
Lo so, lo evito.
Ma evitare il nichel è un po’ come evitare gli idioti: impossibile.
Gli idioti sono fra noi, spesso sono individui insospettabili.
Quante volte vi capita di conoscere qualcuno nella vita reale e poi aggiungerlo su Facebook, vedere ciò che posta e pensare “Eppure non sembrava così imbecille!”?
Ecco, così il nichel.
Si trova in cose impensabili, in cibi impensabili.
Si trova, banalmente, in quasi tutto.
Tanto da poterci fare una rubrica dal nome “Ma lo sai dove stracazzo si trova il nichel?”.
No, non lo sai dove stracazzo si trova il nichel, fino a quando non ne diventi allergica.
E diventi viola.
E gonfi.
E gratti.
E bestemmi.


martedì 8 ottobre 2019

Il lato peggiore della malattia mentale è che la gente vorrebbe che tu ti comportassi come se non la avessi






: per la prima volta, nella mia vita, ho avuto l’impulso di applaudire al cinema.
A un film senza Leonardo, poi.
A un Joker che non è Jack Nicholson, poi.
Non l’ho fatto perché non ho il gene giargiana, ma l’impulso l’ho avuto.
A me si compra con poco: con una mimica facciale che fa rabbrividire di piacere e paura, con una fotografia concettuale e paludosa, decadente e seducente, con una follia come risultato di un’anima bombardata, con un obbligo di dover scavare per trovare le ragioni, con una colonna sonora capricciosa, con le parole “senso” e “vita” scandite con regolarità, con copiosi schizzi di sangue.
Se un film ha tutto questo, io sono completamente sua.
Se un film mi fa scattare l’empatia, tanto da farmi surriscaldare anima e corpo, per forza che sono completamente sua.
Vale per i film.
Vale un po’ per tutto.


(Per Leonardo: non essere geloso, se col Joker ballo il twist. Non essere furioso, se col Joker ballo il rock. Con te, che sei la mia passione, io ballo il ballo dell’amore. Sempiterno, eh!)

giovedì 3 ottobre 2019

A me no comunque grazie







: stamattina sono andata a ritirare una roba in un negozio.
“Che nome?”
– Giada.
“Oh, mi è sempre piaciuto il nome Giada!”
– A me no. Comunque, grazie.
E vado nel camerino a provarmi la roba.
Guardo nello specchio la mia allergicissima faccia gonfia e paonazza e... un momento.
Cos’è che le ho detto?
A ME NO COMUNQUE GRAZIE?
Ma cosa sono, cretina?
Cioè io, davvero, ho risposto di merda a un gesto di gentilezza?
Sì.
Perché la mia mente non l’ha recepito come complimento (non l’ho scelto io il mio nome) e quindi ho pensato bene di dire la mia verità, come se stessi effettivamente valutando l’estetica del mio nome.
Con una ragazza che ha, semplicemente, cercato di essere carina sul posto di lavoro.
Ma come cazzo si fa a essere così antipatiche?
È colpa del nichel?
Perché poi ho ancora il coraggio di lamentarmi se c’ho la nomea della zitella acida.
Ma è colpa del nichel.
O del mio segno zodiacale.
Non mia, ovviamente.

mercoledì 2 ottobre 2019

Che fortuna, sorella!






: sono nella sala d’aspetto di un poliambulatorio, in attesa di sapere di quale morte il mio corpo non morirà (per ora) ma sarà la mia anima a farlo.
Sono già scalpitante: sono seduta a fissare il vuoto da tre quarti d’ora, lasciata in balìa di me stessa, la peggiore delle balie.
Nessuno da osservare, nessuno su cui rimuginare, nessuno su cui inventare storie improbabili.
Balle di fieno che rotolano, prive di bellezza, prive di vita.
All’improvviso, come quando nei western un gringo spezza la quiete irrompendo nel saloon, tre suore.
Tre suore, suorine. Minute, occhialute, con le ortopediche ai piedi e le calze contenitive.
Che cosa terribile deve essere, per le suore, andare all’ospedale.
Concettualmente, dico.
Ma anche, che cazzo, materialmente, pragmaticamente.
Che merdata deve essere affidare la tua vita a qualcuno, sposarlo, sposare anche i sacrifici a cui ti obbliga, divulgarne il verbo, credere a una marea di fantasiose stronzate, crederci col cuore, con tutto il cuore, e sapere che, quando proprio quel cuore inizierà a funzionare male, il tuo oggetto d’amore non potrà farci niente?
Una bella, voluminosa, merdata.
Perché tu, suorina, nonostante le levatacce alle cinque per pregare, nonostante le comunioni, le penitenze e i peccati mancati... sei diventata cardiopatica.
Cardiopatica, cazzo.
Quanto può essere terribile sbattere la faccia contro il fatto che Dio possa fare grandi cose, come creare le montagne, i mari, noi, e sticazzi in sei giorni, ma non abbia uno schifo di laurea in medicina?
Quanto può essere terribile rendersi conto, nonostante il fascino del paradiso, nonostante la consolazione di ricongiungersi con l’Altissimo Amante, di voler posticipare quell’incontro ancora un po’? Di volere affidarsi a un altro essere umano, deficitario in sacramenti ma forte in biologia, per continuare a vivere?
Davvero terribile, io credo.
Credo che ti faccia sentire di aver fallito, un po’. Di aver sprecato, un po’.
O forse no.
Forse, se una ha scelto di farsi suora, forse, potrebbe non aver capito semplicemente un cazzo. Potrebbe non capire semplicemente un cazzo.
Potrebbe non avere quella finezza di intelletto per struggersi l’anima.
Che fortuna, sorella!


martedì 1 ottobre 2019

Resilienza in di er, Resilienza in di er!






: raga, ma prima di “resilienza” che cazzo dicevate per darvi un tono, per comunicare l’idea di piegarvi ma non spezzarvi?
Con quale altra parola riassumevate la vostra vita di merda?
Con quale altra parola ci informavate che lui sì, era uno stronzo, ma voi siete forti-forti e avete ritrovato voi stesse-stesse?
Quale altra parola vi tatuavate?
Cosa abbinavate alle foto dei timidi bucaneve*?
Vi rendete conto che, prima di vederla stampata sulla pelle danzerina di Gianluca Vacchi, non sapevate nemmeno come si scrivesse, quella spocchiosa parola?
Ve ne rendete conto, o devo verificare personalmente la resilienza dei vostri denti?

(Sono in pre, resilienzatemi!)

lunedì 30 settembre 2019

Voulez-vous un pezzo di focaccia avec moi?






: sto zampettando per la mia camminatina attiva-circolazione quotidiana (oh, son trentatré!) quando, in una macchina parcheggiata, scorgo un ragazzo che sta mangiando un pezzo di focaccia.
Lui, quando mi vede, mi fa un cenno e sventola la sua focaccia come per offrirmela, indicandomi il sedile di fianco a lui.
Ecco, raga.
Ecco.
Impariamo da questa storia.
Perché, ok, un “Sei bellissima!” fa sempre piacere.
Ma vuoi mettere con un “Vuoi un pezzo di focaccia?”?
Bravo a te, ragazzo. L’ultimo eroe romantico.

(Il pezzo che volevi offrirmi era di focaccia, giusto?)

martedì 24 settembre 2019

La mia allergia è al genere umano







: le famose battaglie che ognuno sta combattendo (e di cui voi non sapete nulla, perciò siate gentili sempre!) possono avere varia natura.
Un’allergia di cui non si conosce la causa, per esempio.
Perché, chissà come cazzo sia possibile, può capitare che uno si svegli un mattino di luglio perfettamente normale, vada dall’osteopata a farsi mettere dei tape sulla schiena, e gli si spalanchi la porta dell’inferno: un vulcano in eruzione su tutto il corpo.
E così tutti i giorni, da luglio.
Quindi siate gentili, sempre.
Perché se uno sono quasi tre mesi che si gratta dalla cute ai piedi e non sa il motivo, forse forse, non c’ha un cazzo di voglia di giustificare la vostra idiozia.
Per esempio, se siete il medico o l’impiegata dello studio a cui il povero Cristo ha scelto di affidare le proprie allergie, dovreste cercare di mantenere belle attive le vostre sinapsi e bello fermo il vostro buon senso (se ne siete dotati).
Il povero Cristo attende la fine di settembre, il 23, per l’esattezza, da tre mesi: quel tipo di test viene fatto dopo l’estate, dato che si tratta di applicare dei cerotti che si danneggerebbero col sudore.
Il povero Cristo non è un tipo che suda, ma ha atteso ugualmente, benedicendo l’antistaminico.
Antistaminico che, però, deve essere sospeso dieci giorni prima del test.
Il povero Cristo, dunque, sono dieci giorni che ha i solchi su tutto il corpo, da quanto ha grattato.
Poi arriva il 23 di settembre.
E fa caldo. Molto caldo.
Il povero Cristo arriva allo studio, che non è nella sua città, e gli viene detto che i cerotti non gli verranno applicati, con quell’espressione ebete da “Non è certo colpa mia se fa caldo!”. Gli verranno applicati, forse, la settimana prossima.
Il povero Cristo si inalbera leggermente.
E non è maleducato per questo. Non è una testa di cazzo per questo.
Sta male, il povero Cristo. E attendere ancora una settimana significa stare altri sette giorni senza antistaminico.
E i motivi per cui il povero Cristo si incazza non riguardano certo il fatto di non poter mettere quei cazzo di cerotti per il caldo: il povero Cristo non è scemo, sa che il clima è nu poco pazzeriell (anche se, diamine!, lui non suda, ha giurato e spergiurato).
Il povero Cristo si incazza per dei motivi che hanno a che fare con le falle nei processi cognitivi.
Uno: se sai che settembre ha una testa calda ed è più lunatico di un gemelli, programmali per ottobre, ‘sti cazzo di test. Così uno sospende l’antistaminico e soffre come un cane, ma sa che sarà solo per dieci giorni.
Due: buttacelo un occhio alle previsioni: sono diventate parecchio attendibili.
Tre: ed è la cosa che ha fatto incazzare maggiormente il povero Cristo: chiamalo al mattino per rimandare il test, non farlo venire apposta. E, soprattutto, non inventarti di aver provato a contattarlo e quando lui ti dice che non è vero, non dire “NON IMPORTA”. Perché quello ti apre il cranio e ti assaggia il cervello per vedere se sa di merda. E, a quel punto, ti importerà eccome!
Basterebbe poco.
Basterebbe agire con un minimo di intelligenza e con un minimo di etica, per avere un mondo decente.
Perché, davvero, ognuno di noi combatte quotidianamente delle battaglie di cui non si sa nulla.
Siamo intelligenti, se non gentili, sempre.