martedì 27 aprile 2021

Indovina chi non viene a cena

: i ristoratori sono la categoria che è stata presa più per il culo da un anno a questa parte.
Ci sono categorie che sono state vergognosamente dimenticate, gravemente danneggiate, ma la beffa è stata riservata di gran lunga ai ristoratori.
Prima li fanno chiudere.
Poi li fanno riaprire, ma col plexiglas (che poi ha una o due s?) sui tavoli.
Poi li fanno richiudere.
Poi li fanno riaprire, ma con massimo quattro persone per tavolo e solo a pranzo.
Poi li fanno richiudere.
Poi li fanno riaprire, ma con i dovuti metri di distanza tra i tavoli - che più che un ristorante devi avere un ippodromo - e solo a pranzo.
Poi li fanno richiudere.
Poi li fanno riaprire, ma solo all’aperto, però, hey!, anche a cena, anche se è aprile, anche se ci sono dieci gradi.
E, in più, piove.
Governo ladro, in questa zona gialla quanto piove!
Sembra quasi pioggia dorata, data l’atmosfera di latrina in cui stiamo vivendo.
La necessaria lotta al magna-magna, così tipicamente nostro, si è però attuata nel più materiale dei modi: si sta cercando di togliere il cibo agli italiani (e siamo nel terreno della cultura, eh, non razza!).
Agli italiani.
Quelli che, pur de magna’, si sono inventati l’apericena.
Quelli che, quando hanno voglia di vedersi, non se lo dicono apertamente ma si chiedono “Ci prendiamo un caffè?” o “Ci mangiamo una pizza?”.
In altri momenti della nostra storia avremmo fatto una rivoluzione, avremmo fatto saltare un bel po’ di teste. Ma ora, per quanto poco abbiamo, è comunque troppo da perdere.
Perciò, staremo qui fino a quando quel poco sarà così misero da essere disposti a sacrificarlo.
E non manca tantissimo, eh.

venerdì 16 aprile 2021

La mia Covid Experience



: “Come è possibile che siamo ancora piazzati così dopo un anno?”
“Come è possibile che, per esempio, in Russia vadano a teatro, ai concerti, in discoteca?”
“Perché in Italia non riusciamo a tornare a una vita normale?”
Beh, prenditi il Covid e la intuisci, quella verità che ama celarsi.
È solo entrando nel sistema che si colgono le falle del sistema.
E il nostro sistema, per quanto non vogliamo ammetterlo perché molte volte ne traiamo giovamento, è un colabrodo.
Siamo un popolo di incompetenti, governati da incompetenti, che si affidano, quando hanno bisogno di qualsivoglia consulenza (medica, economica, ecc), ad altri incompetenti.
Dopo più di un anno, non abbiamo ancora capito come gestire questa pandemia. Come comportarci, noi tutti, in questa pandemia.
La nostra colpa, di noi comuni mortali senza potere o voce in capitolo, è quella di essere ignoranti: non sappiamo le risposte perché non sappiamo formulare le giuste domande; non sappiamo (né vogliamo) informarci perché è più comodo e fa meno paura. Non sappiamo ancora come muoverci in caso di Covid. Dopo più di un anno di Covid.
La loro colpa, di tutti “loro”, è quella di essere degli incuranti delinquenti, che permettono la diffusione di precauzioni fallaci, cure fallaci, protocolli fallaci e metodi informativi fallaci.
Basti pensare, banalmente, per partire proprio dal principio, ai termometri - con cui si dovrebbe misurare il sintomo principe di questo virus bastardo- che sono spesso (perché mi hanno insegnato a non utilizzare il termine “sempre”) non funzionanti: in ogni luogo pubblico che io abbia frequentato, al supermercato come a lavoro, la mia temperatura ha sempre oscillato dai 33 ai 36 gradi. Un cadavere, praticamente. Però mi è stata misurata, quindi la coscienza è salva!
Basti anche pensare, poi, all’utilizzo dei tamponi rapidi per accedere a qualsivoglia struttura (ospedali, soprattutto).
I TAMPONI RAPIDI. 
Un tampone rapido su due dà un falso negativo.
Ed è ovvio, eh.
Perché, per essere efficace, non può essere effettuato né troppo presto né troppo tardi rispetto al contatto con un positivo: c’è solo un ristretto lasso di tempo in cui funziona.
Ma, hey!, è rapido.
E, soprattutto, costa poco. Ai privati e allo Stato.
Per sapere se si ha il Covid c’è solo un modo, che non è rivolgersi a Natuzza la mistica come non è il tampone rapido: è il TAMPONE MOLECOLARE.
Qual è, però, il problema?
Anzi, i problemi: uno, che ha bisogno di almeno due giorni per essere “lavorato”.
In quei due giorni, un buon cittadino dotato di sale in zucca dovrebbe chiudersi in casa. Perché, se fai il tampone lunedì mattina e poi lunedì pomeriggio vai a leccare le narici dei tossici in stazione, forse, l’esito che ti arriverà mercoledì potrai usarlo giusto per pulirti il culo.
Due, che costa tanto. A un privato, dai 75 ai 200 euro. E, perciò, puntiamo a farne il meno possibile. Noi, inteso sia come “noi comuni mortali” sia come “noi Stato”.
E, attenzione, un molecolare da privato puoi farlo solo senza sintomi (quello che fanno negli studi non ha valore diagnostico e, in ogni caso, se hai la febbre non ti fanno entrare!). Se hai i sintomi, devi aspettare di entrare nel “sistema” per averlo gratuitamente.
È, insomma, un cazzo di cane che si morde la coda.
Io ho preso il Covid per un esito errato di un tampone rapido di una mia cara amica.
O, meglio, il motivo a monte, ovvero il motivo per cui lei (con grande senso civico e di responsabilità) ha fatto il tampone, è un altro. Che non esplicito, perché ha a che fare con le creature. Mi limiterò a dire che, quando ci scagliamo contro la didattica a distanza (con ragione o meno) dei bambini di età inferiore agli undici anni, ricordiamoci sempre che, per quanto loro non ne possano nulla, hanno molto spesso dei genitori deficienti che li costringono ad andare a scuola con la febbre. Per quanto elogiamo i nostri angioletti, che quando sono con noi o con i nonni si sforzano teneramente di tenere la mascherina, noi non siamo con loro a scuola e non sappiamo quanto difficile sia gestirli tutti insieme. E qui mi fermo.
Ho iniziato a sviluppare i sintomi il primo di marzo e sono entrata in quel girone dell’inferno chiamato ASL, poi SISP, poi STOCAZZ.
Non ho avuto, però, la fortuna di farmi accompagnare da una mente eccelsa come Virgilio, ma dal mio medico della mutua che, dopo più di un anno di pandemia, non aveva ancora dimestichezza con il “sistema” e non è stato in grado di prenotarmi i tamponi e suggerirmi una cura adeguata (io non sono, per così dire, un torello: ho i miei pasticcetti a livello di sistema immunitario, di cuore, circolazioni varie, ecc.).
Il mio medico ha totalmente sottovaluto il “problema Covid”. Cosa che mi aspetto da Peppino il folle commentatore negazionista ma non mi aspetto certamente da un servo della scienza che ha fatto il giuramento di Ippocrate.
E questo, oltre ad avermi fatto incazzare per tutta la mia quarantena, mi ha fatto anche molto sorridere: quando gioiamo per la candidatura del personale sanitario italiano al premio Nobel, ricordiamoci che non verranno premiati i poveri infermieri che hanno lavorato ventiquattr’ore al giorno tutti giorni lontani dalle loro famiglie ma TUTTO il sistema sanitario.
Anche i medici di famiglia che, comodi nel loro studio, non si sono nemmeno sbattuti a informarsi sulle procedure.
Anche i direttori delle strutture, che spacciavano qualunque morte come morte per Covid, per prendere le sovvenzioni.
C’è un bel cazzo da gioire, eh, raga.
Comunque, entrata nel sistema il primo di marzo, ho avuto la possibilità di fare un tampone molecolare l’undici. Esito, ovviamente, positivo.
Poi ne ho fatto un altro una settimana dopo. Esito, ancora, positivo. E siamo al 18.
Avrei voluto un altro molecolare ma non mi è stato concesso perché, dopo 21 giorni, si è comunque dichiarati guariti. Avendo rotto abbastanza i coglioni ho ottenuto un rapido che, ovviamente, al 29 di marzo, ha dato esito negativo.
Poiché la scienza, essendo questo un virus giovane, non ha ancora tutte le risposte (dopo 21 giorni, infatti, non è certo che si è guariti. “Si pensa”, “si ritiene”, che non si sia più contagiosi e che quindi non ci sia la necessità di altro tampone. Ma “pensare” e “ritenere” non equivalgono a certezza.) mi sono fatta a mie spese un molecolare. E, dal dieci di aprile, posso considerarmi guarita e con una coscienza pulita.
Sono negativa, che non è più solo la mia proverbiale condizione esistenziale ma è la mia attuale condizione virologica. Attuale fino a quel giorno, almeno.
Per la scienza e per la legge italiana, però, la libertà di circolare deve essere accertata tramite una lettera dell’Asl che, in alcuni fortunati casi, viene mandata esattamente allo scadere del 21esimo giorno di quarantena, mentre nel mio caso -strano!- ci ha messo una settimana.
È per queste falle nel sistema che si ha più paura dell’iter legato alla malattia che della malattia stessa. Soprattutto se non sei un lavoratore dipendente, col gentil deretano parato dalla mutua.
È per questo motivo che, dopo più di un anno in cui c’è in giro un virus che sembra un’influenza (ma dovrebbe esserci almeno chiaro che, se è un’influenza, è un’influenza bella tosta!), se ci viene la febbre pensiamo ancora “Avrò preso freddo!”. AVRÒ PRESO FREDDO. DOPO UN ANNO DI PANDEMIA.
È per questo motivo che prendersi il Covid in Italia, nella migliore delle ipotesi, è una grana.
Perché siamo un popolo di incompetenti, governati da incompetenti, che si affidano, quando hanno bisogno di qualsivoglia consulenza (medica, economica, ecc), ad altri incompetenti.

giovedì 25 marzo 2021

DanteDì

 

: mi accodo alla celebrazione del DanteDì condividendo quella che, per me, è la più grande verità sull’amore mai scritta.
Quella dalla difficile trascrizione.
Quella dall’impossibile parafrasi.
Quella che, quando la vedremo scritta correttamente abbinata a chiappe abbronzate, o quando chi se la tatuerà metterà l’h nel punto giusto o quando capiremo cosa significhi davvero, renderà il mondo un posto migliore.
“Amor, ch’a nullo amato amar perdona (....)”.
Io piango, ogni volta.
Non me la sono ancora tatuata perché mi sembrerebbe di depotenziarla, di toglierle un po’ di bellezza, ma è la cosa in cui credo di più.
Da sempre.
Da quando ho scoperto il quinto canto dell’Inferno, almeno.

martedì 23 marzo 2021

Vaticano e nozze gay



: chiedere al Vaticano di benedire le nozze gay è come chiedere al Ku Klux Klan di tollerare le persone di colore.

Riguarda semplicemente un’impossibilità logica, concettuale, costituzionale.

Per la Chiesa Cattolica ci si sposa esclusivamente per procreare, anzi, ci si accoppia solo per procreare.

L’amore tra due persone è tale solo in subordinazione a quello per Dio.

Sono stati fatti degli strappi alle regole (il matrimonio fra non-vergini, il battesimo a figli di non-sposati, la comunione ai divorziati, ecc) ma sono, appunto, strappi alle regole, ovvero sono estremamente mal tollerati dalla totalità e lasciati alla discrezione del singolo prete: quello che dice Papa Francesco - le sparate che vi emozionano e che vi piace condividere su Facebook - viene quasi sempre smentito dall’autorità vaticana.

E questo, se ti professi cattolico, ti deve star bene: è una religione dogmatica, fatta di comandamenti, norme. Non è un cesto di caramelle, non puoi decidere di mangiare solo quelle alla fragola e lasciare quelle al limone.

A maggior ragione, se sei omosessuale e ti professi cattolico, credo ci sia proprio un problema di incapacità di interpretazione del dogma: la Sacra Scrittura presenta le relazioni omosessuali come “gravi depravazioni” e nel “Catechismo” gli atti di omosessualità vengono dichiarati come “intrinsecamente disordinati” e per questo, pur non dovendo essere discriminate, le persone omosessuali sono chiamate alla castità e trattate come malate.

E tutto questo è abbastanza normale, trattandosi di un libro scritto più di duemila anni fa. Per quanto possiamo lasciarci andare a virtuosismi esegetici e giocare a interpretarlo a nostro piacimento, sono parole che ovviamente rispecchiano la società dell’epoca (che accettiamo o meno che la sua stesura sia avvenuta sotto divina dettatura) e la società dell’epoca era così: generalmente misantropa, particolarmente misogina, totalmente incoerente.

Il punto è: per un omosessuale ha senso accettare questa ovvietà in nome di una credenza?

Lungi da me addentrarmi nell’intricato discorso relativo, appunto, alla credenza, perché “il cuore conosce ragioni che la ragione non conosce” e se uno vuole credere a una vergine incinta non sarò io a discriminare cosa comanda il suo cuore (io credo che l’unico libro mai scritto da mano divina sia una raccolta di appunti che prende il nome di “Metafisica” e non permetto di essere giudicata per questo) ma sono davvero convinta che ci sia un grave problema che deriva dalla confusione dei due termini, “religione” e “spiritualità”.

Si può essere spirituali, si può credere che ci sia “qualcosa”, si può avvertire un’entità immateriale, anche senza aderire a una religione che, invece, prevede dei rituali e l’accettazione di dogmi.

La frase “sono credente ma non praticante”, relativa alla religione cattolica, è quanto di più concettualmente errato esista al mondo: la pratica è costitutiva di quella religione. Se credi al bue, all’asino, alla cometa e a Cristo, devi anche praticare perché è quello che ti comanda il tuo Dio.

So che è faticoso e dire “sono credente ma non praticamente” ti leva da tanti fastidiosi impicci, quali svegliarsi la domenica e andare a messa o fare all’amore solo per figliare o addirittura non trastullarti con il tuo augello in mano invano, ma fa anche di te un quaquaraquà.

Se sei cattolico, devi praticare e accettare quello che il tuo Dio ha scritto per te, sacrificando suo figlio per la tua salvezza.

Oh, sei tu che dici di crederlo, eh! Sei tu che, scusa la franchezza, scegli di crederlo.

E io, invece, credo che si creda a quello per mancata conoscenza di altre opzioni: il nostro cuore ha l’esigenza di pregare, di sperare, di credere, appunto, e sceglie di farlo con quello che gli viene inculcato fin da piccolo.

Perché è lì, perché è più comodo.

Ma ci sono molti modi per essere religiosi e  infiniti modi per essere spirituali.

Senza pretendere che una religione, con una sua struttura millenaria, modifichi la sua struttura per le nostre esigenze delle quali, con ogni evidenza, non siamo così sicuri e sulle quasi non abbiamo riflettuto abbastanza.

Per questo, ogni tanto, vengono fuori queste polemiche sterili.

Perché ci incaponiamo senza riflettere.

Perché vuoi sposarti con rito cattolico, se sei gay?

Perché sei cattolico, se sei gay?

Ci hai pensato, prima di pretendere?

O è solo comodità?

O è solo capriccio?

O, e mi scuso, è solo ignoranza di altre opzioni?

Sai che ci sono religioni bellissime la cui chiesa non ha un proprio stato con una propria legislazione in cui può fare il cazzo che vuole, tra cui predicare castità e razzolare promiscuità? O predicare privazione e razzolare opulenza?

Sai che si può fare esperienza di enorme spiritualità anche solo passeggiando in un bosco dopo la pioggia?

Sai che puoi ricongiungerti con il divino anche solo leggendo, guardando, sentendo?

No, secondo me non lo sai.

Sappilo, allora.

Credilo, allora.

venerdì 26 febbraio 2021

La liceità della mortificazione

 


: ma poniamo che io sia una qualche autorità in campo allergologico con il compito di dare un voto alla conoscenza di qualcuno riguardo la propria allergia al nichel (per fare un esempio proprio a caso!).

Poniamo anche che suddetta allergia duri da sei anni.

Se io gli chiedessi “Mi dica, signore, quale torta adatta alla sua alimentazione preferirebbe mangiare?” e lui mi rispondesse “Una torta al cioccolato!”, io lo massacrerei.

Gli urlerei in faccia qualunque cosa e lo farei dubitare di essere umano e non equino.

Perché, se dopo sei anni di allergia al nichel, non sai ancora che il cioccolato è tipo il cibo che ne contiene di più, tipo la primissima cosa che ti dicono di eliminare, beh, ma ammazzati.

Già di grazia che ti ammazzi solo tu, dato che l’incompetenza circa la tua allergia riguarda solo te: pensate come sarei morbida se la tua incompetenza riguardasse altre persone, se riguardasse la loro salute, la loro vita.


E questo volo pindarico è per dire ciò che penso riguardo al video del docente universitario che strapazza la sua studentessa.

Penso che sia la risposta del perché, in Italia, siamo piazzati con le pezze ar culo.

Sull’intervento della madre non mi pronuncio nemmeno.

Sul pubblicare quel video con l’intento di sputtanare qualcuno, non capendo che quel qualcuno dovrebbe essere soprattutto l’autore del video, nemmeno.

Sul fatto che i modi siano discutibili e che ci siano effettivamente dei docenti incompetenti, dato che sarebbe totalmente fuori contesto, nemmeno.

Ma se la studentessa, al sesto anno di studio, ha detto una roba che in campo medico equivale al confondere, in campo filosofico, “correlazione” con “causazione”, beh, ma di cosa parliamo?

Se è lei stessa a dire che “ogni volta” viene mortificata, porca Eva, non sarà che debba andare a fare altro invece di auspicare ad avere in mano la vita di qualcuno?

Ma stiamo ben zitti, vah, ignoranti.

venerdì 15 gennaio 2021

Bombe (mediatiche e non)




: abbiamo finalmente l’esito dell’autopsia ai tre pompieri morti a Quargnento.

Giustamente, un giornale deve riportare la notizia.

Lo fa con una prima pagina da brivido, che recita “TRACCE DI STUPEFACENTI NEI CADAVERI DEI TRE VIGILI DEL FUOCO”, che ci rimanda a pagina 7, a un articolo monco di Monica Gasparini.

Che inizia con:

“Sono conclusioni choc quelle dell’autopsia sui cadaveri dei tre pompieri morti nell’esplosione della cascina dei coniugi Vincenzi, a Quargnento.”

Perciò, per i giornalisti del Piccolo, FIRST REACTION SHOCK.

Come mai, dato che dall’autopsia emerge chiaramente che siano morti per cause da imputare esclusivamente all’esplosione?

Come mai, dato che “Le “nuove” risultanze non cambiano le colpe di Giovanni Vincenti”?

Perché sono così scioccati?

Perché “Proprio l’autopsia ci racconta un retroscena che esula dai fatti oggettivi. Un retroscena che pone un interrogativo, perché l’autopsia, a margine delle cause che hanno determinato la morte dei tre pompieri, ha anche evidenziato tracce di stupefacenti”.

E l’articolo si conclude con l’elenco delle sostanze assunte dai tre e le relative tempistiche. 

È un articolo monco, che parla di un interrogativo che non viene mai svelato: qual è l’interrogativo posto da quel retroscena?

I tre pompieri si erano drogati due ore prima dell’incidente.

Questo fa sollevare una domanda, si legge.

Quale, visto che si mettono le mani avanti dicendo che questo non cambia (ovviamente) le colpe di Vincenti e moglie?

Si sono drogati, quindi?

Non si capisce.

Non si capisce perché chi scrive dovrebbe avere chiaro il percorso che porta da A a B, dovrebbe averlo prima sviluppato nella mente, mentre qui si vede chiaramente come si sia vomitata una valanga di parole in preda all’eccitazione dell’imminente casino mediatico.

Anche questa è sostanza stupefacente: se vogliamo fare intendere (con ragione o meno) che chi va a salvare delle vite non dovrebbe assumere droga, almeno dobbiamo essere certi di non metterci a scrivere presi dall’euforia di far scoppiare una bomba giornalistica (quante similitudini, in questa faccenda). 

Ma se la Gasparini è solo pressapochista, è Alberto Marello che ci presenta qualcosa di ignobile.

La Gasperini può godere del diritto di cronaca: ha riportato, seppur in modo raffazzonato, quelli che sono stati gli esiti dell’autopsia.

Marello, invece, dà un giudizio di valore.

Si infila nel ginepraio, con nessun titolo, dell’etica.

Etica che sfocia in un moralismo del tutto gratuito.

Ci dice, nel suo articolo, che le tracce di cocaina e di cannabinoidi trovati nel loro sangue ridefiniscono i ruoli dei tre vigili del fuoco: quelli che abbiamo pensato fossero eroi perdono il loro mantello.

Ci dice che ci siamo indignati, che abbiamo pianto, che abbiamo deposto fiori e rispettato il silenzio, perché ci mancava un dettaglio: si drogavano. E questo li rende solo umani, anch’essi afflitti da terribili debolezze.

Con quella tua retorica antiquata, che svela una preoccupante pesantezza mentale, cosa vuoi farci intendere, Alberto?

Che se avessimo avuto quel dettaglio, se avessimo saputo che erano avvezzi alle droghe, ci saremmo commossi un po’ di meno e che l’omicidio dei tre sarebbe stato in qualche modo attenuato?

E hai ragione, purtroppo.

È proprio questo il grave: che, in un paese così moralmente arretrato come l’Italia, quest’articolo getta fango sulla memoria di tre persone. E, come dici tu, questo permette di ripensare l’intera faccenda.

Le fette di salame che ci foderavano gli occhi sono state sbranate dalla fame chimica, a tuo dire.

Ed è inquietante, di per sé.

Ma è ancor più inquinante se, in un processo così delicato, così emotivamente carico, il direttore di un giornale si permette di essere così insensatamente giudicante.

Come se fosse stata la droga a ridurre a brandelli le divise dei pompieri e non la mente malata di due animali. 

Qui si va oltre il fisiologico sciacallaggio mediatico.

Qui si va nella vergogna.

La mia, di appartenere alla stessa specie di questi individui.


(E di quelli che commentano senza aver letto l’articolo integrale: è molto peggio della prima pagina).

mercoledì 6 gennaio 2021

rama lama lama ka dinga da dinga dong

 


: raga, è appena iniziato il 2021.

Anno che, data l’ansia da prestazione a cui l’abbiamo sottoposto, come un adolescente dal baffo morbido al cospetto di Belen, farà una cilecca memorabile tale da renderlo più ridicolo del suo predecessore.

Cerchiamo almeno di non peggiorare la situazione con argomenti-tormentone dei quali non riusciremmo a individuare il nucleo concettuale nemmeno se fosse indicato con frecce luminose.

Scoppia il delirio mediatico per colpa di Grease: è misogino? È sessista?

E tutti, ignorando completamente il contesto, la sorgente e l’intensità della polemica, pretendono di donare i loro due centesimi per la nobile causa: piovono post in cui si difende a spada tratta il film e si butta merda sul politically correct.

Che dire, raga, a me viene la nausea.

Seriamente, dopo il 2020, in cui avevamo per le mani un potenziale artistico e concettuale che non se ne vedevano da un po’ e siamo stati in grado solo di tirar fuori dei meme sulle regioni arcobaleno (ché poi, che cazzo di arcobaleni frequentate, di tre colori?), davvero, sono un po’ piena.

Comunque, Grease.

Grease è un musical.

(Divagazione: esiste qualcosa di più fastidioso dei musical, nell’ambito delle arti performative?

Cioè tu stai assistendo a un dialogo fra due attori che sono, che ne so, al ristorante, e all’improvviso uno dei due, posseduto da chissà quale spirito poetico, lancia uno sguardo languido nel vuoto, si alza e inizia a cantare. Ma solo a me scatta il nervo?

Ok, non amo troppo i musical.

Ma alcuni li tollero.

Grease lo tollero. La La Land non lo tollero.

Grease lo tollero perché è un cult e perché di ballerini come John Travolta ne nascono una manciata ogni cent’anni. Il che alza notevolmente il livello performativo del film, rispetto a qualunque altro musical interpretato da un concorrente a caso di Amici.)

Ed è un musical del 1978 ambientato nel 1958.

Ora, immaginate di essere un adolescente medio del 2021 e di trovarlo in TV.

Un adolescente medio, eh, il cui pensiero critico di sviluppa su Instagram, Twitter e Tik Tok. Non un adolescente tipo Pascal.

Immaginate di vedere un film, per voi preistorico, che è la storia di due che flirtano in vacanza ma poi, siccome lei è sfigata agli occhi dei più, lui, per mantenere la reputazione, appunto, da macho, la manda a cagare fino a quando lei non si presenta con look aggressive, con tanto di siga e pantaloni di pelle, e lui cade ai suoi piedi.

Cosa potreste pensare di questo film?

“Wow, che figata! Che contenuti spaziali! Che concept innovativo e per nulla ricco di stereotipi!”?

Credo proprio di no: un adolescente del 2021 è bombardato da inni alla diversità, inclusività, parità e altri innumerevoli tà tà tà.

Se poi è un adolescente fumino e nu poco poco limitatino vedrà ovunque delle possibili minacce a quel mondo equo e patinato che gli viene promesso.

È abbastanza normale, credo.

Come è abbastanza normale condividerne il disprezzo tramite un tweet.

Grease, se lo depuriamo dal suo contesto storico, se ci dimentichiamo del suo valore affettivo per noi figli degli anni 80, se ci sforziamo di non imbambolarci davanti a John e a Olivia, e lo trattiamo in sé e per sé, beh, presenta esattamente ciò che il mondo attuale tenta di fugare.

Poi noi siamo in grado di dividere i piani e, soprattutto, siamo in grado di capire che il revisionismo non è la soluzione.

Un adolescente, essendo un tenero virgulto razionale, non lo è.

Infatti il problema non è lui.

Il problema è il giornalista dimmerda che ha scatenato ‘sto polverone, costruendo un articolo da poveracci e facendo di una manciata di tweet un caso mediatico che ha portato a valutare la censura di Grease, istigando i soliti fan del politically correct retroattivo.

È la macchina che non funziona, raga.

E della macchina facciamo parte anche noi che, ossessionati dagli ossessionati del perbenismo, negando chi nega, odiando qualsiasi forma di politicamente corretto, prendiamo posizioni di difesa-a-ogni-costo.

Sta sempre nel mezzo, l’equilibrio.

Lo troveremo, un po’ di equilibrio, in quello che sembra già essere il 2020 b?