Dove si cerca il punto G? Qui, si cerca il punto G. O il Punto-di-G. G di Giada. Punto di vista, o zona erogena che, se titillata a dovere, esplode in orgasmi razionali, anche se molto spesso fallaci. Dove si trova il punto G? Qui, si trova il punto G. Anche se, l'importante non è trovare il punto G, l'importante è continuare a cercare il punto G. (Il doppio senso vale solo in italiano, in inglese "punto G" si dice in un altro modo!)
martedì 27 aprile 2021
Indovina chi non viene a cena
venerdì 16 aprile 2021
La mia Covid Experience
giovedì 25 marzo 2021
DanteDì
martedì 23 marzo 2021
Vaticano e nozze gay
: chiedere al Vaticano di benedire le nozze gay è come chiedere al Ku Klux Klan di tollerare le persone di colore.
Riguarda semplicemente un’impossibilità logica, concettuale, costituzionale.
Per la Chiesa Cattolica ci si sposa esclusivamente per procreare, anzi, ci si accoppia solo per procreare.
L’amore tra due persone è tale solo in subordinazione a quello per Dio.
Sono stati fatti degli strappi alle regole (il matrimonio fra non-vergini, il battesimo a figli di non-sposati, la comunione ai divorziati, ecc) ma sono, appunto, strappi alle regole, ovvero sono estremamente mal tollerati dalla totalità e lasciati alla discrezione del singolo prete: quello che dice Papa Francesco - le sparate che vi emozionano e che vi piace condividere su Facebook - viene quasi sempre smentito dall’autorità vaticana.
E questo, se ti professi cattolico, ti deve star bene: è una religione dogmatica, fatta di comandamenti, norme. Non è un cesto di caramelle, non puoi decidere di mangiare solo quelle alla fragola e lasciare quelle al limone.
A maggior ragione, se sei omosessuale e ti professi cattolico, credo ci sia proprio un problema di incapacità di interpretazione del dogma: la Sacra Scrittura presenta le relazioni omosessuali come “gravi depravazioni” e nel “Catechismo” gli atti di omosessualità vengono dichiarati come “intrinsecamente disordinati” e per questo, pur non dovendo essere discriminate, le persone omosessuali sono chiamate alla castità e trattate come malate.
E tutto questo è abbastanza normale, trattandosi di un libro scritto più di duemila anni fa. Per quanto possiamo lasciarci andare a virtuosismi esegetici e giocare a interpretarlo a nostro piacimento, sono parole che ovviamente rispecchiano la società dell’epoca (che accettiamo o meno che la sua stesura sia avvenuta sotto divina dettatura) e la società dell’epoca era così: generalmente misantropa, particolarmente misogina, totalmente incoerente.
Il punto è: per un omosessuale ha senso accettare questa ovvietà in nome di una credenza?
Lungi da me addentrarmi nell’intricato discorso relativo, appunto, alla credenza, perché “il cuore conosce ragioni che la ragione non conosce” e se uno vuole credere a una vergine incinta non sarò io a discriminare cosa comanda il suo cuore (io credo che l’unico libro mai scritto da mano divina sia una raccolta di appunti che prende il nome di “Metafisica” e non permetto di essere giudicata per questo) ma sono davvero convinta che ci sia un grave problema che deriva dalla confusione dei due termini, “religione” e “spiritualità”.
Si può essere spirituali, si può credere che ci sia “qualcosa”, si può avvertire un’entità immateriale, anche senza aderire a una religione che, invece, prevede dei rituali e l’accettazione di dogmi.
La frase “sono credente ma non praticante”, relativa alla religione cattolica, è quanto di più concettualmente errato esista al mondo: la pratica è costitutiva di quella religione. Se credi al bue, all’asino, alla cometa e a Cristo, devi anche praticare perché è quello che ti comanda il tuo Dio.
So che è faticoso e dire “sono credente ma non praticamente” ti leva da tanti fastidiosi impicci, quali svegliarsi la domenica e andare a messa o fare all’amore solo per figliare o addirittura non trastullarti con il tuo augello in mano invano, ma fa anche di te un quaquaraquà.
Se sei cattolico, devi praticare e accettare quello che il tuo Dio ha scritto per te, sacrificando suo figlio per la tua salvezza.
Oh, sei tu che dici di crederlo, eh! Sei tu che, scusa la franchezza, scegli di crederlo.
E io, invece, credo che si creda a quello per mancata conoscenza di altre opzioni: il nostro cuore ha l’esigenza di pregare, di sperare, di credere, appunto, e sceglie di farlo con quello che gli viene inculcato fin da piccolo.
Perché è lì, perché è più comodo.
Ma ci sono molti modi per essere religiosi e infiniti modi per essere spirituali.
Senza pretendere che una religione, con una sua struttura millenaria, modifichi la sua struttura per le nostre esigenze delle quali, con ogni evidenza, non siamo così sicuri e sulle quasi non abbiamo riflettuto abbastanza.
Per questo, ogni tanto, vengono fuori queste polemiche sterili.
Perché ci incaponiamo senza riflettere.
Perché vuoi sposarti con rito cattolico, se sei gay?
Perché sei cattolico, se sei gay?
Ci hai pensato, prima di pretendere?
O è solo comodità?
O è solo capriccio?
O, e mi scuso, è solo ignoranza di altre opzioni?
Sai che ci sono religioni bellissime la cui chiesa non ha un proprio stato con una propria legislazione in cui può fare il cazzo che vuole, tra cui predicare castità e razzolare promiscuità? O predicare privazione e razzolare opulenza?
Sai che si può fare esperienza di enorme spiritualità anche solo passeggiando in un bosco dopo la pioggia?
Sai che puoi ricongiungerti con il divino anche solo leggendo, guardando, sentendo?
No, secondo me non lo sai.
Sappilo, allora.
Credilo, allora.
venerdì 26 febbraio 2021
La liceità della mortificazione
: ma poniamo che io sia una qualche autorità in campo allergologico con il compito di dare un voto alla conoscenza di qualcuno riguardo la propria allergia al nichel (per fare un esempio proprio a caso!).
Poniamo anche che suddetta allergia duri da sei anni.
Se io gli chiedessi “Mi dica, signore, quale torta adatta alla sua alimentazione preferirebbe mangiare?” e lui mi rispondesse “Una torta al cioccolato!”, io lo massacrerei.
Gli urlerei in faccia qualunque cosa e lo farei dubitare di essere umano e non equino.
Perché, se dopo sei anni di allergia al nichel, non sai ancora che il cioccolato è tipo il cibo che ne contiene di più, tipo la primissima cosa che ti dicono di eliminare, beh, ma ammazzati.
Già di grazia che ti ammazzi solo tu, dato che l’incompetenza circa la tua allergia riguarda solo te: pensate come sarei morbida se la tua incompetenza riguardasse altre persone, se riguardasse la loro salute, la loro vita.
E questo volo pindarico è per dire ciò che penso riguardo al video del docente universitario che strapazza la sua studentessa.
Penso che sia la risposta del perché, in Italia, siamo piazzati con le pezze ar culo.
Sull’intervento della madre non mi pronuncio nemmeno.
Sul pubblicare quel video con l’intento di sputtanare qualcuno, non capendo che quel qualcuno dovrebbe essere soprattutto l’autore del video, nemmeno.
Sul fatto che i modi siano discutibili e che ci siano effettivamente dei docenti incompetenti, dato che sarebbe totalmente fuori contesto, nemmeno.
Ma se la studentessa, al sesto anno di studio, ha detto una roba che in campo medico equivale al confondere, in campo filosofico, “correlazione” con “causazione”, beh, ma di cosa parliamo?
Se è lei stessa a dire che “ogni volta” viene mortificata, porca Eva, non sarà che debba andare a fare altro invece di auspicare ad avere in mano la vita di qualcuno?
Ma stiamo ben zitti, vah, ignoranti.
venerdì 15 gennaio 2021
Bombe (mediatiche e non)
: abbiamo finalmente l’esito dell’autopsia ai tre pompieri morti a Quargnento.
Giustamente, un giornale deve riportare la notizia.
Lo fa con una prima pagina da brivido, che recita “TRACCE DI STUPEFACENTI NEI CADAVERI DEI TRE VIGILI DEL FUOCO”, che ci rimanda a pagina 7, a un articolo monco di Monica Gasparini.
Che inizia con:
“Sono conclusioni choc quelle dell’autopsia sui cadaveri dei tre pompieri morti nell’esplosione della cascina dei coniugi Vincenzi, a Quargnento.”
Perciò, per i giornalisti del Piccolo, FIRST REACTION SHOCK.
Come mai, dato che dall’autopsia emerge chiaramente che siano morti per cause da imputare esclusivamente all’esplosione?
Come mai, dato che “Le “nuove” risultanze non cambiano le colpe di Giovanni Vincenti”?
Perché sono così scioccati?
Perché “Proprio l’autopsia ci racconta un retroscena che esula dai fatti oggettivi. Un retroscena che pone un interrogativo, perché l’autopsia, a margine delle cause che hanno determinato la morte dei tre pompieri, ha anche evidenziato tracce di stupefacenti”.
E l’articolo si conclude con l’elenco delle sostanze assunte dai tre e le relative tempistiche.
È un articolo monco, che parla di un interrogativo che non viene mai svelato: qual è l’interrogativo posto da quel retroscena?
I tre pompieri si erano drogati due ore prima dell’incidente.
Questo fa sollevare una domanda, si legge.
Quale, visto che si mettono le mani avanti dicendo che questo non cambia (ovviamente) le colpe di Vincenti e moglie?
Si sono drogati, quindi?
Non si capisce.
Non si capisce perché chi scrive dovrebbe avere chiaro il percorso che porta da A a B, dovrebbe averlo prima sviluppato nella mente, mentre qui si vede chiaramente come si sia vomitata una valanga di parole in preda all’eccitazione dell’imminente casino mediatico.
Anche questa è sostanza stupefacente: se vogliamo fare intendere (con ragione o meno) che chi va a salvare delle vite non dovrebbe assumere droga, almeno dobbiamo essere certi di non metterci a scrivere presi dall’euforia di far scoppiare una bomba giornalistica (quante similitudini, in questa faccenda).
Ma se la Gasparini è solo pressapochista, è Alberto Marello che ci presenta qualcosa di ignobile.
La Gasperini può godere del diritto di cronaca: ha riportato, seppur in modo raffazzonato, quelli che sono stati gli esiti dell’autopsia.
Marello, invece, dà un giudizio di valore.
Si infila nel ginepraio, con nessun titolo, dell’etica.
Etica che sfocia in un moralismo del tutto gratuito.
Ci dice, nel suo articolo, che le tracce di cocaina e di cannabinoidi trovati nel loro sangue ridefiniscono i ruoli dei tre vigili del fuoco: quelli che abbiamo pensato fossero eroi perdono il loro mantello.
Ci dice che ci siamo indignati, che abbiamo pianto, che abbiamo deposto fiori e rispettato il silenzio, perché ci mancava un dettaglio: si drogavano. E questo li rende solo umani, anch’essi afflitti da terribili debolezze.
Con quella tua retorica antiquata, che svela una preoccupante pesantezza mentale, cosa vuoi farci intendere, Alberto?
Che se avessimo avuto quel dettaglio, se avessimo saputo che erano avvezzi alle droghe, ci saremmo commossi un po’ di meno e che l’omicidio dei tre sarebbe stato in qualche modo attenuato?
E hai ragione, purtroppo.
È proprio questo il grave: che, in un paese così moralmente arretrato come l’Italia, quest’articolo getta fango sulla memoria di tre persone. E, come dici tu, questo permette di ripensare l’intera faccenda.
Le fette di salame che ci foderavano gli occhi sono state sbranate dalla fame chimica, a tuo dire.
Ed è inquietante, di per sé.
Ma è ancor più inquinante se, in un processo così delicato, così emotivamente carico, il direttore di un giornale si permette di essere così insensatamente giudicante.
Come se fosse stata la droga a ridurre a brandelli le divise dei pompieri e non la mente malata di due animali.
Qui si va oltre il fisiologico sciacallaggio mediatico.
Qui si va nella vergogna.
La mia, di appartenere alla stessa specie di questi individui.
(E di quelli che commentano senza aver letto l’articolo integrale: è molto peggio della prima pagina).
mercoledì 6 gennaio 2021
rama lama lama ka dinga da dinga dong
: raga, è appena iniziato il 2021.
Anno che, data l’ansia da prestazione a cui l’abbiamo sottoposto, come un adolescente dal baffo morbido al cospetto di Belen, farà una cilecca memorabile tale da renderlo più ridicolo del suo predecessore.
Cerchiamo almeno di non peggiorare la situazione con argomenti-tormentone dei quali non riusciremmo a individuare il nucleo concettuale nemmeno se fosse indicato con frecce luminose.
Scoppia il delirio mediatico per colpa di Grease: è misogino? È sessista?
E tutti, ignorando completamente il contesto, la sorgente e l’intensità della polemica, pretendono di donare i loro due centesimi per la nobile causa: piovono post in cui si difende a spada tratta il film e si butta merda sul politically correct.
Che dire, raga, a me viene la nausea.
Seriamente, dopo il 2020, in cui avevamo per le mani un potenziale artistico e concettuale che non se ne vedevano da un po’ e siamo stati in grado solo di tirar fuori dei meme sulle regioni arcobaleno (ché poi, che cazzo di arcobaleni frequentate, di tre colori?), davvero, sono un po’ piena.
Comunque, Grease.
Grease è un musical.
(Divagazione: esiste qualcosa di più fastidioso dei musical, nell’ambito delle arti performative?
Cioè tu stai assistendo a un dialogo fra due attori che sono, che ne so, al ristorante, e all’improvviso uno dei due, posseduto da chissà quale spirito poetico, lancia uno sguardo languido nel vuoto, si alza e inizia a cantare. Ma solo a me scatta il nervo?
Ok, non amo troppo i musical.
Ma alcuni li tollero.
Grease lo tollero. La La Land non lo tollero.
Grease lo tollero perché è un cult e perché di ballerini come John Travolta ne nascono una manciata ogni cent’anni. Il che alza notevolmente il livello performativo del film, rispetto a qualunque altro musical interpretato da un concorrente a caso di Amici.)
Ed è un musical del 1978 ambientato nel 1958.
Ora, immaginate di essere un adolescente medio del 2021 e di trovarlo in TV.
Un adolescente medio, eh, il cui pensiero critico di sviluppa su Instagram, Twitter e Tik Tok. Non un adolescente tipo Pascal.
Immaginate di vedere un film, per voi preistorico, che è la storia di due che flirtano in vacanza ma poi, siccome lei è sfigata agli occhi dei più, lui, per mantenere la reputazione, appunto, da macho, la manda a cagare fino a quando lei non si presenta con look aggressive, con tanto di siga e pantaloni di pelle, e lui cade ai suoi piedi.
Cosa potreste pensare di questo film?
“Wow, che figata! Che contenuti spaziali! Che concept innovativo e per nulla ricco di stereotipi!”?
Credo proprio di no: un adolescente del 2021 è bombardato da inni alla diversità, inclusività, parità e altri innumerevoli tà tà tà.
Se poi è un adolescente fumino e nu poco poco limitatino vedrà ovunque delle possibili minacce a quel mondo equo e patinato che gli viene promesso.
È abbastanza normale, credo.
Come è abbastanza normale condividerne il disprezzo tramite un tweet.
Grease, se lo depuriamo dal suo contesto storico, se ci dimentichiamo del suo valore affettivo per noi figli degli anni 80, se ci sforziamo di non imbambolarci davanti a John e a Olivia, e lo trattiamo in sé e per sé, beh, presenta esattamente ciò che il mondo attuale tenta di fugare.
Poi noi siamo in grado di dividere i piani e, soprattutto, siamo in grado di capire che il revisionismo non è la soluzione.
Un adolescente, essendo un tenero virgulto razionale, non lo è.
Infatti il problema non è lui.
Il problema è il giornalista dimmerda che ha scatenato ‘sto polverone, costruendo un articolo da poveracci e facendo di una manciata di tweet un caso mediatico che ha portato a valutare la censura di Grease, istigando i soliti fan del politically correct retroattivo.
È la macchina che non funziona, raga.
E della macchina facciamo parte anche noi che, ossessionati dagli ossessionati del perbenismo, negando chi nega, odiando qualsiasi forma di politicamente corretto, prendiamo posizioni di difesa-a-ogni-costo.
Sta sempre nel mezzo, l’equilibrio.
Lo troveremo, un po’ di equilibrio, in quello che sembra già essere il 2020 b?